Architetti dell’informazione o UX dreamers?

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UX strategy

In Italia ci sono professioni che stentano ad affermarsi, una di queste è proprio quella dell’architetto dell’informazione. Un po’ sicuramente è colpa del ritardo digitale e della scarsa attenzione alla comunicazione del paese, ma c’è anche un fattore culturale non del tutto negativo.

Mi riferisco a tutti quegli aspetti che rendono tutti noi un po’ creativi e un po’ inventori per supplire alla carenza di organizzazione nei nostri ambienti lavorativi. L’assenza di profili professionali netti come negli Stati Uniti ha come conseguenza che gli architetti dell’informazione si ritrovino spesso a fare le attività più diverse e trasversali.

L’impossibilità, spesso e volentieri, a trincerarsi dietro un “questo non mi compete, non saprei come fare..” fa sì che ci si rimbocchi le maniche e si impari a fare molte cose in più rispetto al limite più ristretto delle nostre attività.

Il vantaggio, a volte sì, un po’ velato, consiste nel fatto che si comprendano aspetti di altre professioni, si percepisca i problemi, i dubbi e le soluzioni di professionisti spesso a noi molto vicini.

Bisogna fare tesoro di questo perché di qui a poco tempo vi verrà chiesto qualcosa di molto più mirato e circoscritto (auguriamocelo!), ma è su quello che avremo accumulato negli anni  che si gioca il nostro vantaggio.

Questo vale per chi oggi è un architetto dell’informazione, per chi lavora come user experience designer o come esperto di usabilità (per non aggiungere come human centered designer).

I confini sono labili e le attività richieste dal mercato decisamente sovrapponibili. Federico Badaloni, in uno dei molti confronti sul futuro della professione, ha esordito dicendo che se lo user experience designer fotografa e analizza il “qui e ora” l’architetto valuta il “sarà, a breve”. Niente di più giusto e illuminato. Ma in Italia questa definizione di ruoli e compiti è davvero lontana dall’essere riconosciuta.

Per ora la maggior parte di noi continua a far tutto: ricerche con le persone, analisi degli scenari, mappature e riorganizzazione di contenuti, valutazione di strategie in base ai devices e test di usabilità. A volte tante, troppe cose. Eppure alla domanda “che lavoro fai?” stentiamo tutti a definirlo (nel migliore dei casi il vostro interlocutore vi dirà: “ah, sei architetto…), alla fine negli Stati Uniti si è giunti nella ricerca di personale ad accorpamenti creativi come UX architect, UX strategist, IA/UX designer, UX/UI designer.
Dietro questi mashup ci siamo sempre NOI quelli che fanno interviste, card sorting, codesign, wireframe e workflow per prodotti digitali e non.

Forse noi professionisti italiani dobbiamo percorrere ancora un po’ di strada prima di emanciparci dall’etichetta di “informatici” (ma solo perché siamo altro :) per il resto chiamiamoci come preferite: IA designer, UX dreamers o UI strategist, perché la sostanza non resta la stessa, e Shakespeare docet….

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