Senza visitatori i musei non esistono

Lo scorso, caldissimo, giugno ho lavorato ad un MOOC per la Fondazione Scuola Beni e Attività Culturali sull’applicazione dello Human Centered Design a qualsivoglia realtà culturale dai musei, alle biblioteche, dalle dimore storiche, ai parchi archeologici.

È stata un’esperienza illuminante, e un po’ sorprendente, che mi ha permesso di esplorare scenari che conoscevo da fruitrice. Ho così analizzato lo stato dei musei italiani rispetto al coinvolgimento attivo delle persone.

Il patrimonio italiano non ha uguali ed è spesso gestito da persone appassionate e responsabili che ogni giorno si barcamenano tra molte difficoltà. Mancanza di fondi, mancanza di risorse, mancanza di tempo per l’aggiornamento e la formazione (si sa, la gestione del quotidiano cannibalizza gran parte delle giornate).

Nel panorama nazionale abbiamo, inoltre, le grandi mostre, bellissime, pubblicizzate, prenotare per mesi.

Ripensarsi come ecosistema

Eppure grandi o piccoli, conosciuti o nascosti i musei e le mostre italiani hanno tutti qualcosa in comune: la fatica di ripensarsi come ecosistema attraverso la centralità delle persone (che non solo visitatori).

La carenza di progettazione centrata sulle persone nei servizi, negli allestimenti, negli strumenti, nel mindset lascia la nostra offerta indietro rispetto al panorama internazionale. Eppure gli ingredienti ci sono tutti, anche se spesso manca l’essenza: le persone e i loro bisogni da soddisfare.

Dal MOOC Lo Human Centered Design per le organizzazioni culturali. Fondazione Scuola Beni e attività culturali, Dicolab

Non sto parlando di numeri, questionari o di data analysis che tutti elaborano, ma che lasciano aperte molte risposte, ma dell’esperienza concreta di chi visita un museo. Le persone non sono mai numeri.

Come guardiamo un’opera? Come ci piacerebbe goderne? Vorremmo fermarci di più? Come possiamo goderne senza affaticarci eccessivamente? Come vorremmo capire, approfondire, conoscere quella singola opera? Vederla calata nel contesto nella quale è stata creata ci aiuterebbe ad apprezzarla? Capire le tecniche, i colori, i materiali, toccarli farebbe la differenza? Quelle lunghe spiegazioni alle pareti ci aiutano? Le vediamo bene? Amiamo o odiamo fermarci a leggerle? Le etichette di ogni opera aggiungono valore? Sono leggibili? Sono nella posizione giusta? Le pareti nere, l’illuminazione è quella giusta per l’audience? I bambini come reagiscono? E se ci fossero più luoghi per fermarsi a sedere, a disegnare, a toccare materiali, o sperimentare tecniche come dovrebbero essere? E se volessimo coinvolgere adolescenti o persone con deficit cognitivi come dovremmo agire?

Un modello mentale che cambia

La risposta a molte di queste domande cambierebbe la struttura sostanziale di molti musei. Ne cambierebbe il volto e la fruizione perché cambierebbe la relazione profonda tra offerta e fruizione. È prima di tutto una questione di mindset e poi del resto. Spesso si dimentica che il patrimonio culturale senza le persone, di fatto, non esiste. Ascoltarle, coinvolgerle significa spostare il peso dai beni alle persone. Perché ogni opera acquista valore attraverso gli occhi di la guarda e l’apprezza.

Allora il design centrato sulle persone aiuta a ri-bilanciare una relazione spesso disallineata. A volte basta poco: un cartello più chiaro, un tono differente, un posizionamento diverso, un addetto sorridente che ti accoglie, altre volte ci viene in aiuto digitale e innovazione. Dipende. L’importante è che le azioni siano progettate insieme a chi ne usufruirà. E bisogna ascoltare con le orecchie e con gli occhi.

Come spiega Nina Simon in Partecipatory Museum, l’esperienza museale è rappresentata come un percorso di trasformazione in formato piramidale.

Si passa da un modello di trasmissione lineare di trasferimento dell’informazione, da fonte autorevole a ricevente a un modello partecipativo che considera l’ecosistema museo come uno strumento di cui il visitatore è parte attiva ed essenziale.

L’evoluzione del design partecipativo dei musei ideato da Nina Simon

Dall’individuo che fruisce in maniera passiva fino alla compenetrazione collettiva dell’esperienza: NOI nel museo. É la comunità che si riconosce nell’offerta perché è responsabilmente consapevole di quell’offerta. Mi permetterei solo di riformulare l’apice della trasformazione in un’accezione ancora più profonda e sostanziale: NOI IL MUSEO (ma anche noi la biblioteca, noi la mostra, noi il parco, noi l’opera qualunque essa sia).

Le persone come motore del cambiamento

Solo così si riconoscono le persone come parte attiva dell’ecosistema trasformando in soluzioni i loro bisogni e le loro aspettative. Allora spazio all’ascolto, all’osservazione, a ripensare i luoghi e i servizi in maniera concreta, umana, semplicemente innovativa.

La progettazione centrata sulle persone in ambito museale non si concentra su attività estemporanee di coinvolgimento, ma su una trasformazione profonda del modello, su nuovi modi di essere e interagire con l’ecosistema museo (spazi, beni, informazioni, staff, strumenti). L’obiettivo ultimo è infatti quello di rilasciare esperienze diversificate di apprendimento e di interpretazione dei significati personali della visita.

Perché sei qui? Si è chiesto il Phoenix Art Museum rivolto alle persone ideando, poi, dei prodotti cartacei sorprendenti.

Che cosa rappresenta il museo nella tua storia personale? Ha chiesto il Coventry Museum alle persone del posto per farle sentire parte attiva dell’esperienza. Immaginando nuovi modi di raccontare le collezioni per tutti.

Come possiamo migliorare l’esperienza digitale che precede la visita? Si è chiesto inizialmente il British Museum, ma poi le cose sono andate in tutt’altro modo. Guardate nel corso che cosa hanno incontrato le persone all’entrata del museo.

Queste e altre storie le trovate nel MOOC citato in apertura che offre molti casi (solo due nazionali purtroppo) e racconta come differenti musei di diversa natura e portata hanno affrontato i loro problemi mettendo al centro le persone. Ogni progetto ha generato azioni, a volte minime e poco eclatanti, altre di impatto, ma tutte finalizzate ad aprire un varco nell’ecosistema museale e fare spazio alle persone.

In Italia c’è ancora tanto da fare, portare lo human centered design nei processi culturali renderebbe il nostro paese ancora più attraente per il turismo, ma soprattutto avvicinerebbe tutti noi, che il paese lo viviamo e lo amiamo, alla sua incommensurabile bellezza.
Allora, rimbocchiamoci tutti le maniche.


Approfondimenti

Un corso gratuito
Lo Human Centered Design per le organizzazioni culturali. Un corso aperto a tutti e gratuito offerto dalla Fondazione Scuola Beni e attività culturali sulla piattaforma di Dicolab che trovate qui: https://fad.fondazionescuolapatrimonio.it/enrol/index.php?id=481

È necessario registrarsi e cercare Human Centered Design al suo interno, presenta ancora qualche passaggio da rifinire nel montaggio, ma si può già fare.

Un libro gratuito
Un fondamentale testo gratuito di Nina Simon Partecipatory design:
https://participatorymuseum.org/read/

Un eserciziario gratuito
Un toolkit di design thinking gratuito per le biblioteche, ma assolutamente utile a qualsiasi realtà culturale che potete scaricare qui: http://designthinkingforlibraries.com

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