Art of hosting e design hanno aspetti in comune e profonde differenze, ma oggi la contaminazione appare un interessante approccio ad una trasformazione generativa. Alcune riflessioni su cosa tenere e cosa lasciare andare.
Negli scorsi giorni ho partecipato a tre giorni di formazione intensiva sull’Art of Hosting & Harvesting, al Pari Center, accompagnata da Laura Grassi, Alice Priori, Sabine Gressel-Soeder, Marco Valente e Katharina Erlacher.
Tre giorni in corso-ritiro immersivo, nella campagna Toscana, durante i quali abbiamo parlato, ascoltato, praticato, camminato, fatto cerchi, raccontato storie, formulato domande, raccolto ciò che emergeva dalle conversazioni.
La prima sera ho pensato di scappare. Lì ho capito meglio Emmanuel Carrère in Yoga, quando al ritiro di meditazione, irrequieto, si interrogava sul senso dello stare lì.
Intorno a me solo boschi, e il piano di fuga notte tempo, con trolley e borse al seguito, non sembrava praticabile. Non avendo scelta, sono rimasta e mi sono data una possibilità.
Ho capito, ma solo dopo, che quell’esperienza non poteva essere valutata attraverso il mio metro, attraverso quello che conoscevo, dovevo invece provare a non opporre resistenza.
Ho deciso di cambiare strategia. Un po’ come nell’Aikidō, avrei provato a non contrastare l’energia che mi arrivava addosso, ma ad accompagnarne il movimento. Sospendere il giudizio, almeno per tre giorni, e vedere dove mi avrebbe portata. Ce la potevo fare.
Malgrado l’impeto zoroastriano della mia decisione, lì avevo in mente solo Amelie Nothomb che ci arrampica sul monte Kumotori in Né di Adamo né di Eva, non è stato per niente facile. L’Art of Hosting utilizza un linguaggio fortemente relazionale, emotivo, simbolico, metaforico. Molto umano. I nostri stessi host hanno ammesso che questo linguaggio può risultare poco familiare o persino scomodo per alcuni.
Eccomi. Vedevo le persone intorno a me cariche di emozioni mentre nella mia testa continuavo ostinatamente a cercare connessioni, strutture, conseguenze. Mi sentivo un’entomologa in azione.
Dopo una poesia, una storia, una parola carica di pathos il mio pensiero si incagliava sempre nello stesso punto: bello, e adesso cosa ce ne facciamo?
Perché io sono una designer. E il mio istinto, quando qualcosa emerge, è identificare il potenziale di trasformazione: in una domanda progettuale, in un’idea, in una possibilità, in qualcosa da rendere concreto e mettere alla prova. Per questo l’incontro con l’Art of Hosting mi ha messa a disagio. Ma mi ha anche sfidato su un terreno per me super impervio. E, si sa, i designer con nelle sfide ci sguazzano, se ne nutrono.

La fondamentale cura dell’ospitare
Non so se diventerò una practitioner ortodossa dell’Art of Hosting. Non tutto quello che ho incontrato appartiene al mio modo di essere e di lavorare. Ma non credo nemmeno che per imparare da un approccio sia necessario aderirvi. Dopo aver metabolizzato i tre giorni ho capito che la mia domanda sfida è un’altra: cosa può fare l’Art of Hosting per il design?
Non soltanto per il service design o il design dei servizi pubblici. Per il design ogni volta che prova a comprendere sistemi complessi, coinvolgere persone, generare possibilità e produrre cambiamento.
E allora ecco qualche riflessione personale.
Prima contaminazione: non avere fretta di sapere
Una delle cose che più mi ha colpita è l’idea di practice. Non si diventa esperti di Art of Hosting: si pratica. Come nello yoga, si fa e poi, forse, se ne parla.
Il practitioner è qualcuno che lavora nella complessità sapendo che nessuna persona possiede tutte le informazioni necessarie per comprenderla. Invita a coltivare una beginner’s mind, una mente da principiante, e mette persino in guardia dalla “seduzione dell’expertise”.
Questa idea è da sempre nel design, ed è potentissima.
La mente da neofita, la capacità di riconoscere quella maledizione della conoscenza, permette di entrare in qualsiasi contesto senza soluzioni a priori. Facciamo ricerca proprio per questo.
Eppure, come me a Pari, arriviamo con un bagaglio molto ingombrante. Framework. Metodi. Canvas. Research e learning plan. Journey. Workshop. Tutte quelle categorie attraverso le quali osserviamo ciò che accade, strumenti preziosi, ma quanto diventano ostacoli al lasciarci sorprendere?
Quanto siamo disposti a riconoscere che la strada intrapresa non è adeguata, che il problema messo a fuoco non è quello reale? Allora il primo contributo dell’Art of Hosting al design è proprio qui.
Non rinunciare all’expertise, ma impara a sospenderla abbastanza a lungo da lasciare che qualcosa, che non avevi previsto, diventi visibile. Senza fretta.
Prima di ospitare gli altri, ospita te stesso
Ecco la mia sabbia nel letto. La pratica fondante dell’Art of Hosting si chiama Four-Fold Practice e comincia da un’affermazione semplice: hosting self. Prima di occuparmi del processo, devo occuparmi di come entro io nel processo.
Essere presente. Accorgermi di ciò che accade. Riconoscere cosa mi influenza e, soprattutto, come la mia presenza influenza gli altri. Il design agisce, ma il design sa rallentare quando entra nel mondo dell’altro.
Progettare una ricerca su e con le persone di riferimento si traduce in domande, guide di interviste, piani di osservazione e di apprendimento, studio di setting, materiali, strumenti di raccolta e condivisione. Ma raramente ho sentito chiedere: chi devo essere io perché questa conversazione possa accadere? Che spazio occupo? Quanto sono capace di ascoltare qualcosa che non conferma ciò che penso? Quanto le mie aspettative stanno orientando la conversazione? Quanto sono capace di gestire il silenzio o le emozioni dell’altro? Ma sopra ad ogni cosa: sono davvero “altro” al sistema che sto osservando?
L’Art of Hosting mi ha ricordato una cosa che nel design rischiamo di dimenticare: chi conduce una ricerca non è uno strumento neutro. Fa parte di ciò che sta accadendo, è parte di un sistema come in ogni sistema vivente che si rispetti. Dunque, ogni azione richiede un’attenzione fuori dal quotidiano.
Non stai cercando risposte, hai bisogno di domande migliori
Un’altra pratica centrale dell’Art of Hosting è l’inquiry, che è in relazione con l’advocacy. Inquiry significa esplorare, interrogare, mantenere curiosità verso ciò che ancora non conosciamo. Advocacy significa affermare una posizione, proporre, sostenere una direzione. Non si tratta di scegliere l’una a dispetto l’altra, ma di imparare a danzare tra queste due forze.
Per una designer è un tema enorme con cui misurarsi. Siamo abituati a formulare domande per ottenere conoscenza ma l’Art of Hosting mi ha permesso di riflettere su due domande dirimenti: che cosa devo capire dalle persone per poter progettare? Che cosa non siamo, ancora, capaci di vedere insieme?
Nella prima, in qualche modo, la conoscenza arriva a me. Nella seconda, la conoscenza viene costruita nello spazio tra le persone. La differenza è qui, la design research forse non è più un IO e LORO, non serve soltanto ai designer per comprendere meglio le persone, ma diventa un mezzo per le persone per comprendere a fondo il sistema del quale fanno parte.
Boom! Cambia completamente il modo in cui progettiamo una ricerca.
Stare più a lungo nel chaos
Questo è stato, probabilmente, il punto più scomodo, ma anche il punto di svolta. Nell’Art of Hosting le nostre guide ci hanno spiegato il breath pattern. Un processo respira attraversando tre momenti: divergenza, emergenza, convergenza. Prima allarghiamo il campo: prospettive, storie, informazioni, contraddizioni, emozioni. Ci si ferma nell’emergenza, uno spazio nel quale non sappiamo ancora bene cosa stia prendendo forma. E infine arriva la convergenza: chiarezza, scelte, azione. Questo per me è stato facile, perché molto design thinking. Inizialmente mi sono riconosciuta immediatamente nel rischio descritto dalle nostre guide: per chi si sente a proprio agio nell’ordine, la tentazione è uscire troppo presto dalla divergenza.
Ma poi ecco di nuovo la vocina interiore del design: ok, ma quindi quando agiamo?
Il design è straordinariamente efficace a trasformare: le osservazioni diventano insight, gli insight diventano opportunità, le opportunità diventano idee, le idee diventano concept, i concept diventano artefatti. È quello che amo del design, in cui mi riconosco: la sua capacità di dare forma.
L’Art of Hosting mi ha invitato a riflettere su cosa si perde quando diamo forma troppo presto e come gestire la paura di perdere dati e del perdersi.
A volte c’è bisogno di proteggere maggiormente quello spazio intermedio, ambiguo e scomodo, nel quale non sappiamo ancora cosa abbiamo capito. Non per restarci, ma per uscirne con qualcosa che non avremmo potuto immaginare prima.
Dalle persone che partecipano alle persone che costruiscono significato
Ed eccoci all’harvesting. Durante il corso è probabilmente il punto per il quale, forse, sarei ancora in Toscana. Harvest significa raccolto, ma ho capito che è riduttivo pensarlo come semplice documentazione di ciò che è accaduto. L’Art of Hosting propone addirittura di progettare a partire dall’harvest (WOW!): chiedersi prima quale raccolto vogliamo rendere possibile e costruire di conseguenza il processo.
Questo rovesciamento è tanto Theory of Change (altro mio grande amore :), uno dei principi dell’harvesting più interessanti dice, in sostanza, che se il processo è partecipativo anche la raccolta e l’attribuzione di significato devono esserlo.
Noi designer asseriamo di progettare con le persone e non per le persone. Ascoltandole, osservandole, coinvolgendole nei workshop. Torniamo nei nostri spazi per analizzare e clusterizzare quello che le persone dichiarano. Siamo bravi a interpretare e dare senso, siamo eccezionali nel tradurre i loro significati. Ma a chi appartiene quel significato?
Forse coinvolgere davvero le persone non significa soltanto permettere loro di produrre conoscenza per il nostro processo. Significa dare loro spazio nel sensemaking di quella conoscenza.
Non credo che questo elimini il ruolo del designer, al contrario, lo rende più profondo. Perché il nostro compito può diventare quello di progettare le condizioni perché il significato non converga solamente, ma si espanda e diventi sistema.
E poi, però, bisogna progettare
Qui rimango designer. E rivendico questa parte.
I nostri host hanno parlato esplicitamente della necessità di trasformare ciò che emerge in decisioni, piani d’azione, risultati e cambiamento. L’hosting non produce solo belle conversazioni, quelle conversazioni significative che conducono ad azioni più sagge.
Qui lo scambio con il design può restituire un’esperienza ancora più consistente, perché, ad un certo punto, bisogna dare forma.
Una possibilità deve poter diventare un’idea. Un’idea deve poter essere resa visibile. Deve innovare, deve essere discussa, sfidata, smontata, prototipata, stressata nel mondo. Magari abbandonata. Forse ricostruita. È qui che vedo il possibile incontro tra i due universi. L’Art of Hosting può aiutare il design a non convergere troppo velocemente. Il design può aiutare ciò che emerge da una conversazione a diventare qualcosa con cui continuare a pensare e agire.
E forse l’harvesting è esattamente il luogo nel quale questi due mondi possono incontrarsi. Non è la fine della conversazione e non è ancora la fase ideativa finale, è un ponte che moltiplica le potenzialità del processo.
Da partecipanti a co-host
La cosa che ho amato maggiormente nei tre giorni di ritiro formativo è stata la cura.
Non soltanto la cura con cui è stato costruito lo spazio, ma il modo in cui progressivamente noi partecipanti siamo diventati responsabili dell’esperienza e dell’apprendimento degli altri.
Non siamo stati solo persone alle quali insegnare qualcosa. Abbiamo ospitato abbiamo sperimentato, osservato, sbagliato, restituito. Ci siamo sentiti presi carico e ci siamo presi cura del processo.
Nella Four-Fold Practice questo movimento arriva fino alla Community hosting itself: una comunità capace progressivamente di ospitare sé stessa, apprendere e co-creare. E qui vedo un’altra domanda chiave per il design: siamo passati dall’utente al partecipante, dal partecipante al co-designer. È possibile andare oltre? Possiamo immaginare le persone come co-host del processo di progettazione? Non soltanto persone che partecipano alle attività che abbiamo progettato, ma persone che si assumono parte della responsabilità nel creare le condizioni affinché gli altri possano contribuire. Tutti. Significa spostare ancora un po’ il potere. Anche questo è design, e forse la sfida più coraggiosa.

Preparare l’esperienza con cura e attenzione
Quindi, prima di progettare, bisogna saper ospitare?
Dopo tre giorni non sono diventata una host. Continuo a non emozionarmi necessariamente davanti a una poesia o a una storia. Continuo ad avere una certa insofferenza quando una conversazione stagna o esplora calma il chaos. Continuo a credere profondamente nella capacità del design di trasformare conoscenza e immaginazione in qualcosa di tangibile.
Dal mio bosco personale sono tornata con molte riflessioni da mettere in ordine nel tempo e nella pratica.
Forse mettere le persone al centro non significa soltanto ascoltarle meglio. Forse significa creare le condizioni perché possano vedere insieme qualcosa che era lì ma nessuno ancora vedeva. Forse fare ricerca non significa soltanto raccogliere conoscenza, ma distribuire maggiormente la possibilità di costruirne il significato. Forse partecipazione non significa soltanto invitare le persone dentro un processo, ma permettere loro di diventarne, almeno in parte, custodi.
E forse il design, prima di correre a dare forma alle cose, ogni tanto dovrebbe trovare il coraggio di stare ad ascoltare il rumore o i silenzi di fondo, non per diventare Art of Hosting, ma per diventare, capace di ospitare, ospitare e basta.
Grazie
Agli straordinari host:
e ai miei compagni di avventura, instancabili, entusiasti, ognuno ha contribuito a rendere densissima questa esperienza.
Per approfondire
L’Art of hosting: https://artofhosting.org/