Design, creatività e intelligenza artificiale: nuove geometrie di senso

Negli ultimi mesi, come tutti, sto affrontando il ruolo e lo spazio occupato da un nuovo ospite al tavolo della progettazione: l’intelligenza artificiale. Con malcelata fatica anch’io mi sono dovuta porre la domanda: come cambia il design nell’incontro con l’Intelligenza Artificiale? Nei corsi che tengo sul design thinking e la progettazione partecipativa sono sempre più sollecitata a includere una parte dedicata all’AI. L’ho fatto, ma per mesi continuava a scricchiolare qualcosa, come se mancasse qualche tassello. La stessa domanda che torna e ritorna:

Come possiamo parlare di processo umano, creativo, collaborativo con il rischio di delegare tutto questo a una macchina?

Ecco, il problema è che sbagliavo approccio, inquadravo il problema da un punto di vista parziale.

La risposta più adatta è che cambia, davvero, tutto. Non cambia il perché integriamo nella progettazione strumenti nuovi, ma perché si trasforma il modo in cui distribuiamo l’intelligenza nell’impianto stesso del progetto.

Molti stanno affrontando il tema cercando il giusto prompt, il software migliore o il punto del processo in cui inserire le varie intelligenze. È il primo approccio che abbiamo avuto tutti, ma in un sistema profondamente umano rischia di non sfruttarne appieno il potenziale. Come molti, ho lavorato a lungo sulle differenti AI generaliste e specialistiche per capire in quali fasi del processo di design potessero essere applicate al meglio. Per accorgermi, nel tempo, che la vera domanda non è quale AI usare, ma quale ruolo vogliamo affidare all’intelligenza artificiale all’interno di un processo di progettazione dichiaratamente centrato sull’individuo e sulla collaborazione dei team.

Ho messo in pausa la logica pratico-applicativa per tornare alle radici del problema (non è design thinking anche questo?) per lavorare su quattro dimensioni di possibile integrazione dell’approccio da designer e dello spazio che l’intelligenza artificiale può e deve occupare.

Dal passaggio ideale che attraversa le tesi di differenti autori sono riuscita a trovare quel nuovo spazio potente e radicato dove il design acquisisce una nuova forma insieme alle potenzialità di macchine e algoritmi. Mi hanno sostenuto le tesi di 4 esperti: Donald Schön, Ben Shneiderman, Thomas Malone e Geoff Mulgan.

Progettare significa agire e riflettere nell’azione

Donald Schön, nel suo straordinario The Reflective Practitioner, mi ha introdotto al fatto che i designer non applicano semplicemente un metodo, ma pensano mentre progettano. Ogni schizzo, ogni intervista, ogni prototipo modifica la comprensione del problema.

Schön parla di reflection-in-action: una riflessione continua che accompagna il fare, ma introduce anche un’altra idea fondamentale: i designer non si limitano a risolvere problemi, li costruiscono. Prima del problem solving c’è sempre un problem setting adeguato e indispensabile. E allora boom! Decidere quale sia davvero il problema è già un atto progettuale.

Questa prospettiva cambia profondamente anche il modo di guardare all’AI. Ecco, allora, il primo assioma: se il valore del Design Thinking non consiste nell’applicare una procedura, ma nel costruire progressivamente significato, allora nessuna intelligenza artificiale può semplicemente sostituire questo processo. Può però diventare un nuovo interlocutore al tavolo nella conversazione progettuale.

L’AI come booster dell’intelligenza umana

Se Schön ci dice che cosa significa progettare, Ben Shneiderman ci aiuta a capire quale dovrebbe essere il ruolo dell’AI. Nel suo Human-Centered AI propone una distinzione fondamentale tra due modi di utilizzare l’intelligenza artificiale. Il primo punta all’automazione: delegare sempre più attività alle macchine, che è quello che facciamo tutti :). Il secondo punta all’amplificazione: utilizzare l’AI per aumentare le capacità umane.

E qui facciamo un passo avanti: l’AI non dovrebbe prendere decisioni al posto nostro, dovrebbe aiutarci a vedere più possibilità, esplorare alternative, sintetizzare informazioni, rendere più ricca la nostra riflessione. Il controllo, il giudizio e la responsabilità restano umani, che, guarda caso, rappresentano i principi fondanti del design thinking e dello human centered design. Questo booster nel Design Thinking si traduce in qualcosa di molto concreto. L’AI analizza i dati raccolti e suggerisce dieci possibili profili personas, ma poi sono i designer che, discutendo, interpretano i dati raccolti e decidono quale rappresenti davvero l’esperienza delle persone.

L’intelligenza artificiale amplia il campo delle possibilità, ma sono gli individui, insieme, che valutano e scelgono. Il significato continua a nascere dalla conversazione.

Progettare significa coordinare intelligenze diverse

Thomas Malone compie un salto in avanti: nel suo libro Superminds non domanda come usare l’AI, ma come progettare gruppi in cui persone e tecnologie pensino insieme. Malone sostiene che il pensiero non appartiene più soltanto agli individui, l’intelligenza si fa collettiva.

Questa nuova forma di intelligenza complessa nasce dalle relazioni, dalla distribuzione dei ruoli, dal modo in cui vengono prese le decisioni.

L’AI, in questa prospettiva, non è più uno strumento, diventa un membro effettivo del team. Un componente molto particolare. Straordinario su alcuni aspetti come riconoscere pattern, sintetizzare grandi quantità di informazioni, simulare scenari. Meno capace di esprimere valori, comprendere il contesto culturale, assumersi responsabilità o costruire consenso. Come in ogni team reale, dove capacità e inclinazioni sono distribuite e il valore consiste proprio nella capacità di riconoscerle.

Allora il punto non è più chiedersi se o quando utilizzare l’AI, ma stabilire le condizioni che regolano la collaborazione.

Il vero obiettivo è modellare intelligenza collettiva

Con Geoff Mulgan lo sguardo si allarga ancora. L’unità di analisi non è più il singolo designer o il team. È l’intero ecosistema. Nel suo Big Mind sostiene che l’intelligenza collettiva nasce quando persone, organizzazioni, dati, strumenti e tecnologie riescono a dialogare efficacemente. A suonare all’unisono.

L’AI rappresenta solo uno dei componenti del sistema. Da sola non rende intelligente un’organizzazione. Potrebbe addirittura indebolirla, renderla meno intelligente se dovesse ridurre il confronto, amplificare i bias o accelerare decisioni sbagliate. L’intelligenza collettiva richiede invece partecipazione, diversità di prospettive, apprendimento continuo e capacità di costruire significati condivisi.

Non è, in fondo, proprio quello che cerchiamo di realizzare attraverso il Design Thinking?

Una lettura altra del Design Thinking

Mettendo insieme questi quattro autori si vede come molti processi di generazione creativa e di problem setting inquadrino l’intelligenza artificiale da una prospettiva limitata.

Le fasi del processo di design come immergiti, esplora, sintetizza, idea, prototipa e testa, condividi, forse, non rappresentano semplicemente 6 attività, ma 6 modi per costruire nuove forme di intelligenza.

  1. Nella fase iniziale costruiamo una comprensione condivisa della sfida.
  2. Durante la ricerca allarghiamo il nostro sguardo sulla realtà.
  3. Nella sintesi attribuiamo significato alle informazioni raccolte.
  4. Nell’ideazione esploriamo possibilità.
  5. Con i prototipi e il testing impariamo attraverso l’esperienza.
  6. Condividendo impariamo dagli altri, da noi, dagli errori.

In ogni fase l’intelligenza artificiale siede al nostro tavolo di lavoro con uno o più ruoli:

In tutte queste fasi l’AI può offrire un contributo importante, ma il cuore del processo rimane umano, perché ciò che genera valore non è la velocità con cui produciamo idee. Siamo chiamati a un ruolo più alto e non poco impegnativo: decidere cosa vale, esprimere punti di vista, orientare e selezionare, definire gli obiettivi profondi, i limiti e le responsabilità. Siamo chiamati a governare la complessità e a gestire il cambiamento in modo nuovo. A garantire la qualità di quelle conversazioni che aprono al nuovo e mostrano ciò che, forse, da soli non avremmo mai visto.

La vera domanda

Forse è proprio qui che il Design Thinking trova una nuova maturità, non come metodo umano da difendere a dispetto della tecnologia, né come insieme di post-it e canvas, ma come pratica di progettazione dell’intelligenza collettiva. In scenari in cui le macchine acquisiscono ruoli decisionali, il nostro compito di designer non è rinunciare al nostro ruolo, perché si fa ancora più indispensabile e urgente: consiste nel progettare le condizioni perché l’intelligenza, umana e artificiale, diventino insieme un nuovo modo di pensare.

Ed è in questa capacità di costruire senso insieme, più che nella capacità di generare risposte, che risiede il valore più straordinario del pensare in maniera nuova e corale.

Per approfondire

The Reflective Practitioner: How Professionals Think In Action. Donald A. Schön

Human-Centered AI. Ben Shneiderman

Superminds: The Surprising Power of People and Computers Thinking Together. Thomas Malone

Big Mind: How Collective Intelligence Can Change Our World. Geoff Mulgan

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