Piccolo manifesto del cambiamento: Funambolica si rinnova

Funambola che cammina su un filo con un garbuglio

Per me l’estate ha il turchese profondo e silenzioso delle piscine. Le amo in maniera viscerale, soprattutto quelle immerse nella natura. Forse per questo amo tanto i quadri di David Hockney, senza persone, senza rumori, le piscine hanno un fascino magnetico e irresistibile che mi porta a tuffarmi. Il corpo perde il suo peso e il pensiero si fa leggero.
Poi succede sempre il momento in cui entro in acqua con i pensieri ancora aggrovigliati ed esco con una domanda diversa. O con una risposta che, magari, non stavo nemmeno cercando.
Forse è per questo che associo le piscine alle rinascite. Non a quelle eclatanti, ma ai cambiamenti più profondi. Quelli che arrivano quando smetti di trattenere tutto e lasci emergere qualcosa di nuovo.

È esattamente quello che è successo anche questa torrida estate. Tra una bracciata e l’altra la domanda è stata: qual è, davvero, lo spazio che Funambolica vuole/deve abitare oggi?

Quando è nata, Funambolica era un format dedicato alla facilitazione e ai processi collaborativi. Doveva essere un modo per continuare a esplorare il mestiere di chi facilita inaugurato da 33 funamboliche storie di facilitazione attraverso conversazioni su Youtube e Spotify.

Nel mio viaggio, in ottima compagnia, qualcosa continuava a spostare il focus.  La direzione era la stessa ma gli elementi che incontravo ad un certo punto raccontavano altro. Penso che sia fisiologico, progetti, come gli individui che li generano, sono, organismi vivi: crescono imparano, attraversano le stagioni, incontrano persone ed eventi che li trasformano. E, in un dato momento chiedono di essere riletti.

Un progetto vivo non resta mai uguale a sé stesso. Evolvere non significa tradire la propria identità. Significa restarle fedeli abbastanza da lasciarla libera. Allora, rileggendo tutte le conversazioni di Funambolica, puntata dopo puntata, ho iniziato a vedere qualcosa che prima non vedevo. Ho appreso da designer, da coach, da clown, da facilitatori/trici, da amministratori/trici pubblici, da architetti/e, da manager, da innovatrici/tori sociali, da imprenditori/trici, persone che lavorano nei territori, nelle imprese, nelle amministrazioni, negli ospedali, nelle carceri e nelle comunità difficili.

Professioni diverse, metodi diversi, linguaggi diversi. Tutti, in modi differenti, con la stessa domanda:

Come possiamo affrontare e risolvere problemi sempre più complessi continuando
a restare umani? Progettare per un impatto sistemico e profondo che tenga conto delle persone, dei  temi mutevoli che gli appartengono?

È molto diverso da: “Come si facilita il lavoro di un gruppo?”. Perché è una domanda che riguarda il modo in cui immaginiamo il cambiamento. Lo spazio esatto in cui diventa metamorfosi.

Osservando queste conversazioni ho iniziato a riconoscere le tracce ricorrenti, a riflettere sul fatto che i problemi complessi non si risolvono mai da soli, che le competenze sono sempre più distribuite, che nessuno possiede tutte le risposte, che la partecipazione non è un gesto di apertura, né una moda organizzativa. È parte della soluzione.
Che progettare servizi, organizzazioni, comunità o territori significa prima di tutto progettare modi di relazionarsi. E che la qualità delle relazioni determina, inevitabilmente, la qualità dei risultati.
A quel punto ho capito una cosa: questa non è una disciplina, è  un modo di stare nel mondo.

La facilitazione continua a essere una parte fondamentale di questo racconto, ma non è più il suo centro. Accanto ci sono mille sfaccettature: dal Design Thinking, alla sociocrazia, dal coaching, alla leadership collaborativa, dall’intelligenza artificiale, all’innovazione sociale, dal teatro, al gioco e tutte quelle pratiche e quegli strumenti che aiutano le persone ad attraversare la complessità.

Tra una nuotata e l’altra mi sono resa conto che FUNAMBOLICA non stava raccontando più una professione, ma qualcosa di molto più profondo: un modo di affrontare il cambiamento, un vero e proprio movimento culturale orientato ad un’ecologia del possibile.

Per questo oggi non intervisto semplicemente professionisti: intervisto visioni. Le conversazioni non parlano più soltanto di strumenti e tecniche, provano a capire come germoglia il cambiamento. Come una comunità ritrova la sua ragione d’essere, un’organizzazione impara ad ascoltarsi, come un gruppo sperimenta lo stare nel conflitto, come un’organizzazione esercita la fiducia. Come, le persone riescono a immaginare qualcosa che prima non c’era e ne escono diverse.

Facilitare una riunione si impara dai corsi o dai libri (ce ne sono di fantastici che consigliano i colleghi su Funambolica). Il cambiamento non si impara dalla letteratura. Il perché è semplice, una metamorfosi è sempre l’insieme di tanti componenti ed è in queste intersezioni che, oggi, Funambolica trova il suo posto, non come video-podcast sulla facilitazione, ma come osservatorio continuo su persone, idee e pratiche che attraversano la complessità per generare un impatto reale e collettivo. Qualcosa di concreto, destinato a durare, crescere, trasformarsi.

In equilibrio su un filo, quasi sempre, teso

In fondo il nome non è mai cambiato, è sempre Funambolica, solo che oggi lo sento più mio. L’idea di equilibrio resta amata e intatta. In fondo tutti noi che lavoriamo per portare chiarezza siamo un po’ funamboli/e. Camminiamo su fili sottili che collegano persone, organizzazioni, tecnologia, intelligenza artificiale, emozioni, dati, cultura, luoghi, memoria, ostacoli e conflitti. Non esiste un equilibrio definitivo in quello che facciamo, esiste un bilanciamento in continua evoluzione.

Passo dopo passo dove il filo non è più un ostacolo, ma diventa lo spazio nel quale impariamo a stare senza paura.
Ed è proprio da qui, che, oggi riparte il viaggio di Funambolica.

E. allora, ecco quello che è Funambolica, oggi e domani.
Ti riconosci? Ti risuona? Ti senti parte di tutto questo?
Leggi il manifesto e fammelo sapere.

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Viviamo tempi funambolici.

Le questioni che attraversano organizzazioni, comunità e società chiedono persone capaci di guardarle insieme, da prospettive diverse.

Le metamorfosi più profonde prendono forma quando persone, idee e pratiche si incontrano. Diventano ecologie.

Per questo Funambolica è uno spazio di dialogo, contaminazione e ricerca.
Un luogo dove discipline diverse si ascoltano, si interrogano e imparano le une dalle altre.

Non ci interessa una metodologia in particolare.
Ci interessano le condizioni che permettono alle cose di accadere.

Raccontiamo chi progetta servizi, facilita gruppi, guida organizzazioni, costruisce comunità, innova nel pubblico, nell’educazione, nelle imprese, nei territori e nelle istituzioni.

Persone che utilizzano strumenti diversi ma condividono la stessa convinzione: le risposte più generative emergono quando l’intelligenza si distribuisce, le prospettive si incontrano e la partecipazione diventa parte della soluzione.

Crediamo in un’intelligenza aumentata: collettiva, umana e artificiale.
Crediamo nella forza delle connessioni.
Crediamo che la complessità non sia un ostacolo da semplificare, ma uno spazio da attraversare insieme.
Non cerchiamo ricette. Cerchiamo domande migliori.
Non inseguiamo metamorfosi come un traguardo.
Progettiamo le condizioni perché possano emergere nuove possibilità.

Funambolica è lo spazio dove persone, idee e pratiche si incontrano per immaginare, progettare e rendere possibile ciò che, da soli, sarebbe impossibile.

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