Sovvertire le dinamiche di potere nel lavoro con i gruppi

bambino con corona

Ne ho scritto anche in 33 Funamboliche storie di facilitazione, perché è stato uno di quei momenti che ti insegnano più di qualsiasi corso o manuale.

La sala era piena di professionisti di una grande azienda di consulenza: motivati, sorridenti, pronti a lavorare. L’obiettivo era ambizioso: guidarli in un percorso verso la customer centricity, un cambio di prospettiva che rimarca veramente la centralità del cliente. Il contesto sembrava ideale. Ma poi, all’improvviso, qualcosa ha cambiato tutto.

Entra il CEO. Non era stato avvisato dell’attività e aveva l’aria di chi non ama le sorprese. Una figura carismatica, storica, dominante. Prende la parola per primo e la stanza cambia: i corpi si irrigidiscono, le teste annuiscono, il silenzio cala. Seguono gli interventi del marketing manager e della responsabile HR, la voce del cambio generazionale in atto sembra dissolversi come neve al sole.

Quel giorno ho provato a correggere la rotta. Ma, con l’esperienza di poi, so che avrei potuto fare altro. Ed è proprio da situazioni come questa che ho imparato alcune delle tecniche che oggi considero fondamentali per creare spazi realmente partecipativi.

1. Riorganizzare la sala, ma fallo letteralmente

Il potere si legge anche nelle sedute. Chi sta accanto a chi? Chi è al centro? Chi è isolato?

Quel giorno ho chiesto ai partecipanti di alzarsi, trovare qualcuno che conoscessero meno e scambiarsi brevemente le aspettative sul progetto. Poi, accompagnato dalla domanda: facciamo un piccolo esperimento?  Ho riassegnato i posti, mescolando ruoli, età, livelli gerarchici.

Funziona perché anche un minimo spostamento fisico può aprire spazi mentali. Mischiare le carte riduce, in modo naturale e meno invasivo, le gerarchie.

2. Anonimato? Dall’inizio!

Il potere può zittire, anche inconsapevolmente. Ma le persone scrivono quello che non riescono a dire.

Oggi mi capita, con più esperienza sulle spalle, di distribuire post-it e chiedere: Qual è una cosa che dobbiamo affrontare, ma che non viene mai detta ad alta voce?

Si leggono le risposte ad alta voce, in modo anonimo. E magia, gli elefanti nella stanza si palesano maestosi.
Sposta il potere della narrazione. Le voci più deboli diventano potenti, protagoniste, mantre quelle forti devono fermarsi e ascoltare.

3. Chi parla per primo detta il tono. Quindi cambia l’ordine

In molte situazioni collaborative chi ha più potere (formale o informale) spesso parla per primo. Ma questo schema si può ribaltare.

Basta invitare i silenti: Iniziamo questo giro con chi ha parlato meno finora. Oppure si può invitare ad un ordine progressivo: prima i più giovani, poi i team operativi, poi i responsabili, infine i manager, scalando da chi ha meno potere fino a chi lo esercita.

L’assegnazione dell’ordine di parola non è mai neutro, ha un peso specifico e influenza ciò che viene detto. Aprire a chi non ha quasi mai avuto voce (chi non parla ha sempre un motivo profondo che va oltre la timidezza)  spesso ribalta l’inquadratura del tema.

4. La disposizione dei partecipanti parla

Lo ha raccontato Michelangelo Piva in 33 funamboliche storie, un workshop sulla parità di genere, dove ha sperimentato la tecnica del Fishbowl (ascolta la sua intervista!) Alcune donne della comunità al centro, le altre persone attorno, in ascolto, in un anello più ampio.

Nessuno interviene fino a che il nucleo, formato da esperti/e, non ha sviscerato il tema. Solo dopo, gli altri partecipano, a valle di un ascolto profondo, fanno domande o si alternano tra i cerchi.

È potente perché sposta il baricentro. Non basta ascoltare, bisogna prima ascolta in silenzio per poi esprimersi con cognizione e consapevolezza, ed è lì che emerge quello prima non ha trovato le parole.

5. Non fingere che non esista: chiama il potere con i suo nome

C’è stata quella volta in cui a fronte di una situazione complicata ho trovato il coraggio di dire: In questa stanza ci sono diversi tipi di potere: alcuni formali (leader), altri esperienziali (senior), ma qui dobbiamo provare a metterli da parte e per 2 ore  dimenticare i livelli: il mio compito è fare in modo che nessuna voce sovrasti le altre.

Funziona sempre. Qualcuno annuisce. Qualcuno si sorprende. Tutti concordano, a volte basta poco 🙂
Il potere non si annulla, ma si rimodella quando lo si rende visibile. Portare alla luce i concetti e dare nome alle dinamiche rende tutto più lineare.

Allora agisci!

Perché l’imparzialità non è mai un atto neutrale. Chi facilita non è un osservatore neutrale: è un architetto. Decide chi parla, come scorrono le informazioni, quali concetti valorizzare. Non è potere questo? E sì, lo è, ma può anche essere usato per creare nuovi equilibri, per fare scorrere cose che fino ad allora si inceppano.

Facilitare spazi davvero inclusivi significa anticipare le disuguaglianze, ridisegnare gli equilibri, a volte anche mettere le persone (e sé stessi) in posizioni scomode nel modo giusto. Perché, se non crei spazio per le voci più silenziose, qualcun altro riempirà quel vuoto. E sarà, inevitabilmente, la voce più forte.

IMPARARE A LEGGERE I SEGNALI

Facilitare significa imparare a leggere i segnali. Non solo gestire i tempi e l’agenda, ma sintonizzarsi su due elementi chiave: il potere e la sicurezza psicologica.

Cos’è la sicurezza psicologica?
È la sensazione di potersi esprimere senza paura di essere puniti, ridicolizzati o ignorati.
Senza questa condizione, le persone agiscono. Con essa, partecipano davvero.
Allora ecco 6 indizi per leggere il clima della stanza.

1. Parla per primo chi resta in silenzio
Il silenzio non è sempre consenso, né timidezza: a volte è paura o esitazione.
Allora puoi: iniziare con attività a basso rischio (mai icebreaker audaci!) e provare a dare spazio in primis a chi sai essere in maggiore difficoltà.

2. Dove va il contatto visivo?
Se tutti guardano solo una o due persone (o solo il facilitatore), significa che non si sentono liberi.
Puoi: riorganizzare lo spazio creando cerchi o sottogruppi. Ricorda che ogni voce conta, ma devi dimostrarlo ancora prima di dirlo.

3. Il corpo dice tutto
Braccia incrociate, sguardi bassi, piedi verso l’uscita: i segnali non verbali parlano e dicono tutto.
Allora puoi: nominare ciò che ti arriva: Sento un po’ di tensione. Fermiamoci un attimo (leggi la storia Tutti fuori! di Marianna Carbone e ascolta la sua intervista!) e prova ad invitare il gruppo ad una breve riflessione sul linguaggio corporeo.

4. Chi viene interrotto e chi no
Le interruzioni sono rivelatrici. Il potere si manifesta anche così e le conseguenze possono essere funeste.
Allora puoi: stabilire regole esplicite per non interrompere e alternare la presa di parola. Se dovesse succedere puoi appellarti a queste con garbo e fermezza.

5. La ripetizione come richiesta d’ascolto
Se un’idea torna più volte, le questioni in gioco sono due: può essere molto sentita, oppure non è stata ascoltata.
Allora puoi: fermarti e dire: Questo punto è emerso più volte. Fermiamoci e proviamo a dedicargli più spazio!

6. Quando tutti sono d’accordo… forse non lo sono davvero
In alcuni contesti, il dissenso è percepito come rischio, il conflitto seppellito con cura. Non è mai un buon segnale perché è un messaggio di mancanza di libertà e sicurezza.
Allora puoi: provare ad invita apertamente e con tatto al disaccordo: Qualcuno la vede diversamente? o a dichiarare Il dissenso qui è benvenuto: ci aiuta a migliorare.

Non stai osservando, stai modellando un sistema vivente

Essere facilitatori o facilitatrici non è semplicemente assegnare compiti, cronometrare o raccogliere post-it. È un atto intenzionale, profondo. È creare le condizioni per conversazioni autentiche e trasformative a patto che tutti siano, realmente, presenti. I segnali di questo ci sono sempre: negli sguardi, nelle posture, nei silenzi. Sta a noi leggerli, interpretarli e agire. Con cura. Con rispetto. Con attenzione. Perché facilitare non è solo un mestiere. È una pratica di equilibrio e di libertà.


Per approfondire

Leggi  33 funamboliche storie di facilitazione

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