La preparazione dei materiali è un atto di cura, di presenza, devozionale.
C’è un libro che mi torna spesso in mente quando mi avvicino alla vigilia di un workshop o di una sessione di facilitazione: Nove vite di William Dalrymple. Nove racconti di persone nel loro rapporto con il divino in India. Alcune storie sono molto forti, altre più sommesse come quella dell’artigiano del Tamil Nadu che creava le statue delle divinità hindu. Quest’uomo nella sua semplicità raccontava l’atto creativo come un momento di devozione assoluta. Fin dall’inizio, prima di toccare l’argilla, si purificava. Prima di dare forma all’assoluto, cancellava il suo essere. Ogni gesto era preceduto da un gesto interiore. L’obiettivo, infatti, non era l’oggetto ma il suo abitare quel momento assoluto.
Ogni volta che preparo i materiali per un workshop penso a lui.
Il momento in cui tutto è ancora possibile
La preparazione dei materiali è un momento strano, sospeso. Il workshop non è ancora iniziato, eppure è già partito. Le persone non sono ancora arrivate, eppure sono già nella stanza, nelle domande che scrivo sui post-it, nella sequenza che disegno sulle schede, nelle istruzioni che scelgo di rendere semplici o dense, calde o asciutte.
Chi facilita lo sa: quello che succede nella stanza non nasce nella stanza. Nasce prima. Nasce nella cura silenziosa con cui si costruisce il significato. E i materiali i fogli, le card, i canvas, i pennarelli sistemati con una certa intenzione sono il contenitore. Sono la prima forma dell’accoglienza, della cura, dell’abbattere i confini tra me e loro.
Preparare è meditare
Non uso questa parola a caso. Quando preparo, non penso solo alla logistica. Penso alle persone. Mi chiedo: chi verrà? Da dove viene, non geograficamente, ma emotivamente? Cosa si aspetta? Cosa teme di trovare? Cosa non si aspetta che potrebbe cambiarlo?
Preparare i materiali è anche questo: abitare mentalmente lo spazio prima che diventi vivo. È un atto di presenza anticipata. Come il musicista che, prima di suonare, già sente la musica. Come l’artigiano del Tamil Nadu che, prima di toccare l’argilla, già conosce la divinità che ha le mani.
In questo senso la preparazione non è il “prima” del workshop: è già il workshop. È il primo strato dell’esperienza, quello invisibile ai partecipanti, ma percepibile in tutto ciò che incontrano.
I materiali parlano, anche quando tacciono
Un canvas progettato con cura dice: “qui sei atteso”. Una domanda scritta bene, nella giusta quantità di parole, dice: “qui sei rispettato”. Uno spazio lasciato vuoto, intenzionalmente, dice: “qui puoi metterci qualcosa di tuo”.
I materiali scadenti, invece, aldilà della loro forma si stampano nella mente dei partecipanti, non perché disarmonici ma per essere anonimi. Trasmettono distrattamente un messaggio: “questo è per te ma poteva essere per chiunque”. E le persone lo sentono. Lo sentono nel momento in cui aprono il foglio, prima ancora di leggere.
Il design centrato sulle persone lo deve essere davvero. Comincia con loro, ben prima che arrivino. Inizia nel momento in cui chi facilita si ferma, rallenta, e si chiede: “questi materiali sono all’altezza delle persone che li useranno?”.
Il rito, la cura, il privilegio
Ho imparato negli anni a proteggere questo tempo. A non farlo diventare frenetico, schiacciato tra una call e un treno. A trattarlo come un piccolo Buddha, direbbero i monaci Zen: qualcosa che ha un inizio e una fine, un’intenzione e una qualità dell’attenzione.
Non sempre ci riesco. Ma quando ci riesco, si vede. Non nei materiali, o non solo. Si vede nello sguardo delle persone quando entrano. Nello spazio che trovano, che è già ordinato e pensato per loro. Nel modo in cui si siedono, quando percepiscono anche senza parole che lì c’è qualcuno o qualcosa che li aspetta.
Perché in fondo è così: la preparazione è il modo in cui diciamo alle persone, ancora prima di incontrarle, che ci importa di loro. Che il tempo che passeranno con noi vale la nostra cura migliore. Che non è un’altra riunione. È un’altra cosa.
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L’artigiano del Tamil Nadu, mi racconta Dalrymple, considera ogni statua un atto sacro non perché si ritiene un artista. Ma perché sa di essere un tramite. Anche noi, che facilitiamo, siamo tramiti. Tra ciò che un gruppo sa già e ciò che non sa ancora di sapere. E la preparazione è il momento in cui ci mettiamo in quella postura: umile, attenta, devota, prima che tutto avvenga.
Nove vite di William Dalrymple