Progettare il diritto di restare in silenzio

La sicurezza psicologica nelle riunioni è un tema molto caldo. Eppure, spesso, la libertà di espressione non contempla quasi mai il silenzio. Entriamo nelle stanze e chiediamo un giro di tavolo. Chi non parla spontaneamente viene sollecitato a farlo. Tu cosa ne pensi? E tu? Manca ancora qualcuno?
Lo vissuto nella mia precedente azienda dove venivo sollecitata a parlare, lo vivo oggi come facilitatrice esterna dove sollecito gli altri.
Lo faccio con le migliori intenzioni. Per coinvolgere. Per dare voce a tutti. Per evitare che parlino sempre gli stessi. Mi accompagna, però, un fastidioso ronzio: e se stessi confondendo partecipazione con esposizione?
Perché c’è una regola che vale sempre e ovunque: se non posso dire di NO, il mio SI quale valore ha?
La vera collaborazione si basa sull’autodeterminazione. Se l’unica opzione accettabile è parlare, allora non è un invito,  è un ordine mascherato da dinamica partecipativa.
Questo valeva nel mio lavoro dipendente dove il mio silenzio nelle riunioni veniva vissuto con timore, al pari di un affronto personale: perché non parli? C’é qualche problema?

Io, magari, ascoltavo e pensavo. Si può essere profondamente coinvolti in un processo pur restando in silenzio. Assimilando. Connettendo. Osservando. Scrivendo su un post-it.
Il coinvolgimento non non è sempre verbalizzazione. Non tutte le persone che restano in silenzio sono disinteressate. Non tutte stanno prendendo le distanze. Non tutte sono passive.
Alcune stanno elaborando. Stanno osservando. Altre stanno cercando le parole giuste. Altre ancora stanno cercando di sentirsi al sicuro. E alcune stanno semplicemente cercando di proteggersi.

Durante un workshop è capitato che facessi una domanda, per me, assolutamente neutra. Una di quelle domande che metti in agenda senza pensarci troppo.
Uno dei partecipanti, fino ad allora silenzioso, con un’espressione irrigidita, esordì in modo molto diretto: Quanto posso dire, qui, davanti ai colleghi?

Quella persona alla fine ha risposto. Poche frasi soppesate. Con attenzione. Ma al termine della sessione mi ha restituito una cosa per me illuminante: Dopo che ti ho fatto quella domanda non sono più riuscito a concentrarmi. mi sono fissato su quel pensiero.
Quello che per me era un innocuo esercizio aveva aperto qualcosa di molto più profondo.

Noi facilitatori prepariamo attività, domande, canvas, istruzioni. Ma le persone arrivano nella stanza con storie che non vediamo, con fatiche che non conosciamo, con confini che non possiamo prevedere. E a volte, senza volerlo, chiediamo loro di attraversarli.

Da allora introduco sempre una piccola regola che mi prende 10 secondi. La chiamo il diritto del “io passo”.
Tre frasi: 1.Puoi passare. 2. Non devi spiegare. 3. Non c’è giudizio.

E poi aggiungo una cosa sola: passare è partecipare.
Perché scegliere di non parlare è ancora una scelta. Perché restare in ascolto può essere un modo autentico di esserci. Perché nessuno dovrebbe sentirsi costretto a comprare il diritto di stare in una stanza pagando con la propria esposizione personale.

Tips per progettare il diritto al silenzio

Allora anche il diritto al silenzio ha bisogno di cura e attenzione, non servono grandi riprogettazioni, bastano piccoli gesti intenzionali.

Dichiaralo all’inizio, sempre. Prima ancora di entrare nel vivo, nomina la regola. Qualcosa come: Oggi useremo il diritto di dire “io passo”. Se quando tocca a voi non avete nulla da aggiungere, o volete semplicemente ascoltare, è un contributo valido tanto quanto un’idea. 10 secondi. Ma abbassano la temperatura della stanza in modo percepibile.

Sostituisci il giro di tavolo con il silenzio produttivo. Prima di aprire la discussione, dai 3 minuti per leggere, riflettere o scrivere su post-it. Chi ha bisogno di tempo per pensare lo trova. Chi è pronto a parlare usa quel tempo per affinare. Nessuno viene colto di sorpresa.

Prova la modalità popcorn. Non si va in ordine di sedia o di schermo. Parla chi sente di avere qualcosa da dire. Quando le idee finiscono  come i semi di popcorn che smettono di scoppiare si va avanti. Chi è rimasto in ascolto ha partecipato garantendo qualcosa di prezioso: lo spazio dell’attenzione.

Ridefinisci i ruoli nella stanza. In ogni gruppo c’è bisogno di chi pensa ad alta voce. Ma c’è anche bisogno di chi osserva i pattern, di chi custodisce la sintesi, di chi tiene il filo senza dover necessariamente prendere la parola. Nominare questi ruoli, anche solo verbalmente, cambia la percezione di chi si sente in difficoltà per non aver parlato abbastanza.

La sicurezza psicologica non nasce quando tutti parlano. Nasce quando le persone sanno che potrebbero farlo e decidono liberamente se farlo oppure no.
Riconoscere il diritto di passare significa passare da una cultura dell’apparire a una cultura dell’ascoltare. Significa prendersi cura dell’ecologia della conversazione, dove il silenzio non è un vuoto da riempire, ma lo spazio necessario affinché le buone idee possano respirare. Ci vogliono 10 secondi per dirlo. Quello che restituisce alle persone, però, resta per tutta la stanza. E spesso, molto oltre la stanza 🙂

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Per approfondire

Se non lo hai letto il racconto di Fabrizio Lonzini Darsi nella facilitazione in 33 Funamboliche storie di facilitazione parla proprio di questo in maniera schietta e profonda. Non lo perdere!

Emergent strategy: shaping change, changing worlds / Adrienne Maree Brown
Esplora approcci trasformativi al cambiamento sociale ispirati ai principi dell’ecologia, della complessità e delle relazioni interpersonali. È un testo di riferimento nei movimenti per la giustizia sociale e la sostenibilità comunitaria.

The body keeps the scoreBessel van der Kolk
Aiuta a comprendere perché una domanda apparentemente neutra possa attivare reazioni imprevedibili. Anche solo il concetto di congelamento che può capitare spesso in aula.

Quiet / Susan Cain
Smonta l’idea che chi parla di più contribuisca di più. Un classico che aiuta a ripensare il silenzio come forma di presenza.

Pedagogy of the oppressed / Paulo Freire
Più teorico, ma potentissimo. La partecipazione autentica non può essere imposta, emerge da relazioni di fiducia e riconoscimento reciproco. Di Paulo Freire e del teatro dell’oppresso ne parla Preziosa Salatino nella sua intervista Funambolica. Ascoltala!

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